Lucia Calzà - Associazione Antiche Contrade

Vai ai contenuti

Lucia Calzà

Collaborazioni

Mi chiamo Lucia Calzà, ho cinquant’anni.
Non ho le gioie e le responsabilità di una famiglia
Non ho una chiara idea politica
Non ho il sostegno di alcun credo particolare
Non so niente di arte, di filosofia, e in generale la mia cultura è molto limitata

Ho partecipato alla Land Art del Cattazzi nel 2011 per il solo desiderio di comunicare la necessità di non trascurare e non rimuovere la sofferenza animale.
Vedo la generale svalutazione della sofferenza animale; gli animali soffrono dimenticati negli allevamenti intensivi. Possiamo gratificarci nel coccolare un cagnolino o un gatto, ma il quotidiano olocausto di animali ci dice che il modo principale in cui l’uomo interagisce con gli animali è lo sfruttamento, la violenza, la privazione, il dolore, l’indifferenza.
Di qui il titolo del mio lavoro: le gabbie dell’indifferenza. Gli animali sono in gabbie di ferro, e noi siamo prigionieri di gabbie mentali che ci impediscono di vedere la realtà.
Per abitudine, per convenienza e per pigrizia liquidiamo l’argomento della sofferenza animale con l’idea che sia normale che gli animali vengano sfruttati dall’uomo, perché così è sempre stato. E qui ci fermiamo.

In alcune cose siamo dominati in modo quasi assoluto dalle abitudini.
La questione del nostro rapporto con gli animali è una di queste.
Credo che ci sarebbe bisogno di una riflessione fatta di compartecipazione di ragione e sentimento.

▪ Mettere in discussione un immaginario collettivo che considera “naturale” sfruttare gli animali;
▪ Disporsi alla conoscenza del mondo animale, guardando nei loro occhi, sentendo i loro bisogni;
▪ Fare una riflessione libera da pensieri automatici, e solo successivamente giungere a una conclusione.

Ora dico una cosa che a molti sembrerà un estremismo.
Non considero che le persone siano libere di decidere cosa mangiare.
Ovvero, le persone sono e rimangono realmente libere di mangiare carne e derivati, ma io considero in modo fermo e deciso che questo loro diritto sia -nella maggior parte dei casi- un sopruso. Questo non vuol dire che io violerò la loro scelta, solo mi ritengo in diritto di esprimere la mia opinione, dicendo che a mio avviso questa presunta libertà è tutta da verificare.

Considero legittimo lo sfruttamento animale solo nel caso in cui l’uomo sia in una situazione di stato di natura, dove la mia vita dipende da un’altra vita, non avendo a disposizione alternative.
Considero legittimo il sacrificio animale solo nel caso in cui l’uomo faccia una onesta valutazione per verificare se tale sacrificio sia veramente necessario.
Considero che sarebbe nostro dovere morale cercare di avvicinarci il più possibile al fatto che il nostro vivere non comporti dolore e morte di esseri senzienti.

Oggi il sacrificio animale è volgarizzato;
chi può dire che oggi lo sfruttamento animale risponde a una reale necessità?

Sono contraria anche all’idea che la carne biologica sia auspicabile. Certo, molto meglio un animale che vive con un minimo di benessere (ammesso che sia così) rispetto a un animale considerato nulla più di una macchina in un allevamento intensivo. Ma è una situazione di elitè. Quante persone potrebbero permettersi la carne di un animale che veramente conduce una vita felice (uso la parole felice in modo forzato, in quanto in ogni sfruttamento c’è sofferenza e violenza). Quante persone potrebbero  accedere alla carne e al latte di un animale “felice” ?

Ma al di là di questo, rimane il fatto che moralmente la questione non cambia: l’uomo che dispone di alternative meno violente rispetto al consumo di prodotti animali dovrebbe scegliere quelle.

Se esiste un rifiuto così drastico a questa visione non-violenta è perché siamo cresciuti con l’idea che sia nella natura delle cose che l’uomo utilizzi gli animali a suo piacere. Proprio a suo piacere, perché arriviamo al fatto che basta un desiderio di gola per rendere lecito mangiare un profumato arrosto.

I movimenti ecologisti uniti ai movimenti spirituali contrastano l’idea che l’uomo abbia diritto di sfruttare e distruggere la terra e l’ambiente a suo uso e consumo;
la medesima cosa riguardo gli animali è di più difficile accettazione.

Non credo al ritorno al passato.
Contrapporre all’ideale animalista la visione di una vita a stretto contatto con la terra, godendo dei beni offerti dalla natura senza distruzione e godendo di uno sfruttamento animale “rispettoso” è a mio avviso una operazione pericolosa.
Se la presentazione  di situazione elitarie di pochi privilegiati che possono permettersi una tale radicalità di vita va a distogliere l’attenzione dal dramma dello sterminio quotidiano di milioni di animali è a mio avviso una operazione inopportuna e dannosa.  Non stiamo parlando di situazioni estreme dove lo sfruttamento animale è una necessità, stiamo parlando della banalità dell’odierno sfruttamento animale fondato sulla indifferenza, sulla rimozione e sulla dimenticanza.
Stiamo parlando di una rivoluzione culturale; c’è chi dice che la questione del nostro rapporto con gli animali sarà la rivoluzione più importante del nostro tempo. E certamente in questo senso la realtà è ancora tutta da inventare.
Le rivoluzioni sociali e culturali per fortuna esistono.
Il diritto di schiavizzare un uomo nero perché inferiore e senza anima è stato superato.
L’idea che la donna sia inferiore all’uomo e senza anima è stata anche quella superata
(molto relativamente a dire la verità; mi fa sempre impressione ricordare che nella nostra vicina Svizzera il diritto di voto alle donne è solo del 1971)

“I neri non sono stati creati per i bianchi; le donne non sono state create per gli uomini, e così gli animali non sono stati creati per gli umani”.   Alice Walker

Nel 2012 ho proposto a Chiara di fare la scelta di una cucina senza prodotti animali durante i giorni della iniziativa di Land Art. Accettata la proposta mi sono sentita in dovere di impegnarmi in prima persona perché questa cosa si realizzasse. Lavorare in cucina sarebbe stato il miglior modo per portare avanti la questione animale, forse più diretta ed efficace della realizzazione di una installazione artistica. Così, invece di realizzare un’opera ho lavorato in cucina.
Mi è spiaciuto però accorgermi che la scelta di una cucina senza sofferenza animale sia passata in sordina. Ho avuto l’impressione che ci sia stata paura a evidenziare questa presa di posizione. Paura di urtare la sensibilità di qualcuno.
Ora mi chiedo quale decisione sarà presa per l’anno prossimo.
Ritengo che le associazioni culturali abbiano una responsabilità maggiore dei singoli nei confronti di scelte che hanno a che fare con l’etica.

E’ dal sogno che nasce la speranza.
E noi sogniamo un mondo di uomini che possano guardare negli occhi di un animale senza vergognarsi.

Lucia


Torna ai contenuti