Antonio Haupala - Associazione Antiche Contrade

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Antonio Haupala

Collaborazioni

ANTONIO HAUPALA

Nasce a Mantova il 25 novembre 1956. Vive e lavora a Castel d'Ario (MN).
Dopo aver trascorso l'infanzia a Bangkok (il padre medico è thailandese) e l'adolescenza negli Stati Uniti di America ad Indianapolis, Haupala si stabilisce definitivamente in italia,  nella campagna mantovana a Castel d'Ario, paese natale della madre. Dopo la maturità scientifica, si laurea in Giurisprudenza all' Università di Bologna. L'interesse da sempre coltivato per l'arte lo spinge ad accostarsi da autodidatta alla pittura ad olio; la passione per questo genere pittorico lo porterà a decidere di abbandonare la professione legale nel frattempo intrapresa per dedicarsi a tempo pieno alla pittura.

NOTE CRITICHE
Il miracolo della forma, miracolo ontologico, è un farsi, uno spiegarsi tanto ininterrotto quanto meticoloso. Formarsi è farsi da sé, crescere, realizzarsi. Nell’illusione che il Reale esista, la realtà si forma, si informa. Diventare forma, lasciare che il miracolo si compia attraverso il proprio divenire, è una questione di tratteggi, di abbozzi. Delicate fragilità si agitano, irrequiete, timorose di essere rotte, come entrare dopo tanto tempo in una profonda lettura e temere di interrompersi; esattamente come posare piede in una stanza scarsamente illuminata e accorgersi all’ultimo istante che un nostro caro amico si è addormentato, arrestare perfino il respiro per non sgretolare l’attimo. Davanti a queste delicatezze, a questi innocenti pudori, lo sguardo non sa sopportare il peso della forma che ha appena accolto, si sente in colpa lui per primo, la colpa pura, quella senza oggetto, quella che fa volgere gli occhi sempre altrove quando scopriamo di essere guardati, visti.
Quando le forme di Antonio Haupala si spiegano, silenziose e pacifiche ma tutt’altro che beate – angeli sì, ma della terra –, sono i loro sguardi a tradire la loro essenza. C’è un’assenza di sguardi che, tuttavia, non è un di meno di presenza, come se stando al di là, al di sopra del mondo, non ci fosse più bisogno di vedere, solo di contemplare l’eternità; no, al contrario, quegli sguardi abbassati, distolti, sono quanto di più attuale e quotidiano, vergognoso e, perciò, incarnato, si possa chiedere a queste figure. Niente le può convincere a fissare lo sguardo nel nostro, esse sanno già da sempre che noi, irriverenti e presuntuosi, stiamo qui a fissarle e ci rispondono con la loro ritrosia, apparentemente remissiva ma, in realtà, risposta perentoria: «Anche voi siete visti!».

Fatto questo patto di mutua vulnerabilità, di reciproca visibilità, accettiamo di entrare silenziosamente nel mondo delle forme e ne siamo abbracciati: un’accoglienza calorosa in quanto silente, uno stare tra simili che non ha bisogno di essere spiegato, solo del proprio spiegarsi, svolgersi, formarsi. E affondiamo nel tepore di questo Tramonto sul Mincio, lo sentiamo sulla pelle, inconfondibile e familiare come l’aroma del Tè, così intimo, aspetta due e due soltanto, noi. Del resto, è ciò che ci insegna l’atmosfera in cui siamo penetrati, la forma genuina non è artificiosa o ricercata e questo, lungi dall’essere un cedimento verso il troppo facile o il poco prezioso, è il vero segreto rivelato dalla forma che si fa: non c’è una realtà superiore a un’altra, nessun mondo perfetto da costruire, piuttosto tanti mondi da scoprire. Solo guardandoli, e non è un coraggio da poco, mentre si fanno. E allora, ben consci del tempo che ci scorre tra le dita ma senza concedergli l’onore di preoccuparcene, possiamo finalmente stare, restare a guardare. Senza parole, perché non è di quelle che le forme si fanno, che le vite di queste figure accadono. L’invito che abbiamo ricevuto è ad assaggiare questi frammenti di vitalità morbida; a scostare la tenda e a entrare a far parte. Non siamo qui per intervistare, perciò tacciamo, tacciono loro. Non si spiega lo spiegamento delle forme.

Laddove, nella stasi, non ci sono ansia e premura e, tuttavia, il mondo è tutt’altro che scomparso e dimenticato, proprio là si fanno raggiungere le forme di Antonio Haupala. Un libro, la cura delle piante, scrutare il cielo; gesti che potrebbero suggerirci la loro stanchezza ma, non inganniamoci, non sono rassegnati, non sono meno determinati. Il loro accadere è il puro avvenire, presi mano nella mano come in un Girotondo, si accompagnano e ci accompagnano. Nella pazienza di queste figure c’è tutta la loro forza, in essa si esprime tutta la loro accoglienza; l’attitudine di chi – da perfetto ospite – conosce ciò che lo circonda, vi appartiene completamente e quindi lo possiede e ce ne fa dono, offerta impagabile perché nessun pagamento è richiesto: solo partecipazione. Partecipazione a un mondo, a tanti mondi, raramente nostri, forse impossibili, certamente inestimabili.
Paolo Capelletti
25 gennaio 2012

Nota critica di Fabrizio Migliorati
L’equilibrio dell’ostinarsi d’una solitudine intorno ai dipinti di Antonio Haupala

Figure solitarie. Luoghi popolati da presenze che rimangono estranee e impermeabili le une alle altre, all’altro. In  questi spazi vi è l’inverso di un surplus: vi è un deficit, un meno di presenza nonostante la presenza non venga mai meno. La solitudine chiama sempre la meditazione, una certa attività intellettuale o un atteggiamento di attesa: il  solitario è colui che pensa o che attende un segno, una chiamata. La figura, sola con se stessa, si obbliga al  pensiero, alla riflessione e, di conseguenza, a sentire il proprio corpo, soppesando la propria pesantezza insieme alla propria vita.
Un minus, la presenza che stenta ad imporsi: le figure pagano questo movimento. Un contadino batte il  ferro, una donna, investita dalla dolce luce solare, offre una vita immacolata avviluppata nella maternità, Anita  suona una chitarra dalla quale non pare sortire alcun suono. Un silenzio che suggerisce una necessaria cautela d’approccio alle opere: afonie che inquietano eppure rilassano. Figure della quotidianità intesa, però, nella sua ricca  banalità e nelle connessioni con i propositi escatologici più profondi. La quotidianità è, spesso, concepita come l’essere presi nelle faccende, nelle commissioni che devono essere sbrigate. Quotidianità povera. A questa logica si oppone un essere intraprendenti, un essere, cioè, presi fra le cose, fra più cose: scegliere e continuamente proporsi  orientandosi verso nuove sfide, nuove avventure. L’essere intraprendenti rompe con la quotidianità classicamente concepita e propone un individuo maggiormente attivo, provocante il suo destino e non attendista (nell’attesa, sia  chiaro, non vi è nulla di negativo). I lavori di Antonio Haupala mostrano una quotidianità che si situa in una posizione mediana tra quelle precedenti ma non interlocutoria. Una quotidianità intromessa. Una dimensione fra  senza essere con. Vi è una resistenza al dialogo che è sia endogena sia esogena al quadro. Opere impossibili da provocare ma fondamentalmente aperte: puro gesto di offerta. Possiamo avvicinarci ai lavori di questa artista con delicato rispetto e, nonostante l’indomita volontà autoptica dell’uomo, essi resistono e non si fanno anatomizzare. Dal dialogo si passa alla contemplazione.
Anche i personaggi raffigurati resistono alla comunicazione interna. Non veri personaggi ma figure che sono in questi quadri senza che la loro presenza sia piena. Un meno di presenza che passa anche dalla resistenza formata dal silenzio,  ostinato e pietroso. Ogni vita raffigurata non ci volge lo sguardo e non lo fa nemmeno verso i compresenti. Non vi sono incontri di sguardi poiché ognuno conduce una vita che lo orienta, insieme al suo sguardo, altrove. I  personaggi resistono ad ogni dialogo  mentre  perdono quietamente  la  loro  presenza. Le  ragazze  al  fiume  sono   monadi autoreferenziali, accostate, vicine, mai veramente amiche. La fisicità si trasforma e la carne pare cristallizzarsi, bloccandosi per un’ultima volta, nell’ultimo istante. Sulla soglia dell’oggettuale. Le figure dipinte si fanno ancora più dipinte divenendo decorazioni di teiere cinesi. Poco importa che siano cinesi, orientali. Queste  figure sono figure nella figura, dipinte nel dipinto e obbligate a rimanere, a restare esse medesime, malgrado tutto. Il meno di presenza tocca qui il culmine poiché la presenza svanisce indurendosi nella porcellana, nel corpo del recipiente del tè. Tutte le figure del nostro artista hanno la peculiarità di andare verso questa oggettualizzazione, questa sottrazione di “persona”. Ciononostante, l’evento del divenire oggetti, o forse è più corretto dire, il rischio della trasformazione, è lungi dall’essere una minaccia. C’è solamente una meravigliosa libertà di lasciarsi andare,  permettendo al proprio corpo di volgersi in altro, senza mai divenire osceno. Il corpo si lascia scorrere, perdendosi, indurendosi o svanendo dietro ad un soffio.
L’ispirazione fa parte da secoli del linguaggio artistico e designa il momento e il sentimento creativo  per  eccellenza,  l’istante  che  crea  l’opera  d’arte. Secondo questa idea  un  dio  instilla nell’animo un pensiero, un affetto, e l’uomo diviene traduttore di questa potenza, spossessato da sé ed in piena sua presenza. Ma l’ispirazione è  anche quel momento fisiologico di presa d’aria, di acquisizione di energia, quel lungo respiro che gonfia i polmoni  a cui segue l’attimo esplosivo, l’espulsione, l’espirazione.
L’ispirazione  è  tale  non  perché  anticipa qualcosa,  quel  particolare  secondo  momento, la sua diastole, ma è  poiché è anticipazione compiuta in essa stessa. Essa ha fine e si completa senza residui, senza scie. Non vi sono aloni che rimangono, a dispetto di quelle patine che sembrano essere depositate dal tempo su questi dipinti. Forse dal ricordo.
Le opere di Haupala si situano al termine del movimento di ispirazione (o di inspirazione, non vi è differenza), quando il corpo carico d’aria si sospende per un ultimo momento, tremando. Il respiro raggiunge il suo culmine, l’attimo di sospensione del pathos. Un attimo incalcolabile, che svanisce nel momento in cui cerchiamo di trattenerlo, di allungarne i tempi. L’involontario apparire di questo limitare è  equilibrio,  gioco  leggero  tra  pesi  e  volumi  che  accade  quasi  fosse  in  sua assenza. Vulnerabile. Dolcezza di un istante di completa offerta.


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